Marketing zero-click: come monetizzare quando calano le visite
“Se i click calano, come monetizziamo?”. Ecco la domanda che che ricorre negli ultimi mesi in agenzia durante le analisi e i confronti con i clienti. La tentazione è reagire con la solita liturgia: difendere il traffico, rincorrere la SERP, cercare “il colpevole” (AI Overview, Mode, social, Discover). Ma il problema non è lo zero-click. Il problema è che per anni abbiamo chiamato “risultato” una metrica che spesso non lo era.
Perché sì: sta cambiando tutto. Ma non nel modo “apocalittico” che molti raccontano. Sta cambiando il percorso con cui le persone trovano risposte, prendono decisioni e scelgono un brand. E se il percorso cambia, la monetizzazione non sparisce: si sposta. Il punto è: siamo attrezzati per seguirla?
Indice
Zero-click non significa “zero valore”
Quando un utente cerca qualcosa oggi, sempre più spesso non entra in Google come prima. Entra attraverso un “intermediario”: un sistema di risposta basato su intelligenza artificiale. Lo stesso gesto che facevamo noi (aprire 10 link blu, cliccare, confrontare, rimbalzare) ora lo fa l’AI: analizza molte più pagine, sintetizza, confronta, propone una risposta. Quella fase di consultazione veloce che prima generava pagine viste, sessioni e “volume” adesso viene compressa.
In questo passaggio si concentra gran parte del calo dei click: una quota rilevante delle visite che prima intercettavano consultazioni rapide oggi viene assorbita direttamente dall’AI.
Non perché non contassero “in assoluto”, ma perché spesso erano sessioni con rimbalzo alto, consultazioni mordi-e-fuggi, traffico che soddisfaceva un bisogno informativo minimo e poi spariva. L’utente non stava scegliendo, stava solo cercando una risposta. E ora quella riga gliela fornisce direttamente l’AI.
Quindi no, non è che i siti “perdono tutto”. Stanno perdendo una parte del traffico che non era necessariamente monetizzabile. Il tema vero diventa: quale valore stavamo attribuendo a quel traffico, e quanto era davvero collegato al business?
Il click era un KPI comodo. Ma non era un KPI economico
Qui entra la parte più “scomoda” del discorso: nessuno guadagna col traffico. Il valore economico si genera attraverso:
- un abbonamento
- una vendita
- un lead qualificato
- una richiesta preventivo
- una chiamata
- un ritorno sul sito
- una relazione che diventa conversione nel tempo
Il click è stato per anni un KPI dominante perché era facile da leggere, facile da far crescere, facile da mostrare. Ma quando cambia la distribuzione dell’informazione (AI Overview, snippet sempre più ricchi, box, video, social in SERP), quel KPI diventa fragile: non ti dice più quanto stai guadagnando, ti dice solo da dove passavano prima alcune persone.
Ed è qui che deve essere ribadito in modo chiaro: l’analitica diventa il punto cruciale. Se non colleghi business reale e dati (fatturato tracciato, margini, eventi corretti, attribuzione sensata), non stai misurando una strategia. In questo modo, però, l’analisi dei dati rischia di diventare descrittiva, senza offrire reali indicazioni utili per le decisioni strategiche.
[preventivo_articolo titolo=”Il tuo sito sta reggendo lo zero-click?”]
“Dov’è il traffico oggi?” è la domanda più utile del 2026
La quantità di attenzione delle persone è più o meno stabile, ma la distribuzione è diventata frammentata.
Prima era Google. Poi Google più Facebook. Poi Google più social. Ora, si sono aggiunti e stabilizzati:
- piattaforme video (YouTube, TikTok, Instagram)
- marketplace
- community
- newsletter
- Discover e formati ibridi
- assistenti AI e motori generativi
Questo rende vero un concetto che per anni è stato “nice to have” e oggi è un requisito: Search Everywhere. Ma attenzione: non significa banalmente essere ovunque. Significa una cosa molto più strategica e meno dispersiva: presidiare i luoghi giusti in base all’intento. La domanda non è “dobbiamo fare TikTok?”. La domanda è: “Dove il mio pubblico cerca oggi questo tipo di informazione o soluzione?” E spesso, la risposta è: non in un posto solo.
Monetizzare nello zero-click: 5 azioni concrete
Qui veniamo al punto. Se i click calano, monetizzare significa riprogettare dove e come si crea valore economico lungo il percorso dell’utente.
In uno scenario zero-click, il valore non passa più da un singolo accesso al sito, ma da una combinazione di segnali: relazione diretta, presenza nei luoghi giusti, contenuti riutilizzabili, riconoscibilità del brand e modelli di monetizzazione meno dipendenti dalla sessione singola. Le azioni che seguono nascono da questo presupposto: non recuperare ciò che si è perso, ma strutturare un sistema che continui a funzionare anche quando il click non è più il centro del processo.
1) Passare dal “traffico” alla “relazione”
Se c’è un intermediario (AI, SERP ricca, social), devi misurare tutto ciò che ti aiuta a creare relazione diretta:
- ritorni
- tempo di permanenza
- registrazioni
- newsletter
- azioni sul sito (non solo pageview)
Questi segnali diventano centrali perché raccontano quanto un brand riesce a uscire dalla logica dell’intermediazione.
Se l’utente torna, si registra, interagisce o lascia un contatto, significa che il valore non è rimasto confinato nel punto di accesso iniziale (Google, AI, Social), ma ha iniziato a spostarsi su un terreno proprietario.
La relazione è ciò che riduce la dipendenza dai canali esterni. Per questo non basta “misurare di più”, ma misurare meglio, collegando questi segnali a obiettivi reali di business e non trattandoli come semplici indicatori di engagement.
2) Redistribuzione dei contenuti: non “più canali”, ma “un contenuto, più asset”
C’è una risposta molto pratica: la multicanalità non deve diventare “sparare ovunque”. Deve diventare repurposing intelligente.
L’idea è: parti dal formato più “ricco” e difficile (spesso il video), e da lì estrai:
- articolo (con approfondimenti e struttura)
- clip brevi per social
- audio/podcast
- post LinkedIn
- snippet per newsletter
Questo approccio funziona perché ribalta il flusso tradizionale della produzione dei contenuti. Non si parte più da un articolo “pensato per Google” per poi adattarlo altrove, ma da un contenuto capace di esprimere competenza, punto di vista e contesto. Il formato più ricco (video, talk, webinar, intervento) diventa la fonte primaria da cui derivano tutti gli altri asset.
In uno scenario in cui la distribuzione dell’attenzione è frammentata, lo stesso contenuto deve poter vivere in più ambienti, intercettando l’utente nel momento e nel luogo più coerente con il suo intento. Non per essere ovunque, ma per essere riconoscibile quando serve.
La redistribuzione, quindi, non è solo una scelta di efficienza operativa. È una leva strategica: aumenta la probabilità di contatto, rafforza la coerenza del messaggio e riduce la dipendenza da un singolo canale o da un singolo punto di accesso.
3) Campagna Awareness per fortificare il tuo brand
Parlare solo di “brand” spesso è limitante, perché il pubblico non percepisce subito quel concetto come rilevante. Una campagna awareness ben progettata diventa un cappello strategico sotto cui far rientrare attività come Link Building/Digital PR.
Ma la logica cambia: non spingi il nome in modo diretto. Lavori su:
- temi
- problemi
- categorie
- argomenti rilevanti per il pubblico
Questo facilita citazioni, menzioni, link naturali. E soprattutto crea la base: quando arriva l’intento d’acquisto, il brand è già familiare, già associato a un tema, già “presente” nella testa dell’utente. La Digital PR serve a creare contesto: far comparire il brand nei luoghi giusti, nei contenuti giusti, nelle categorie giuste. È così che i sistemi (motori di ricerca tradizionali e AI) capiscono chi sei e per cosa sei rilevante.
In questo senso, la Digital PR non va letta come un’attività tattica finalizzata al singolo link, ma come uno strumento di amplificazione e di posizionamento all’interno di una strategia di awareness più ampia costruendo così un’autorevolezza che si concretizza nel tempo. Il brand deve emergere non perché “spinge il nome”, ma perché è già parte del contesto giusto. E quando arriva l’intento d’acquisto, quella familiarità riduce drasticamente la distanza tra esposizione e conversione.
4) Modelli di monetizzazione che non dipendono dal click singolo
Soprattutto per editori e progetti a forte componente informativa, la monetizzazione non può più dipendere esclusivamente dalla singola sessione. Quando l’accesso al contenuto è sempre più mediato, diventa necessario diversificare le fonti di valore, spostandosi da una logica di volume a una logica di relazione e utilità continuativa.
Le alternative esistono, ma funzionano solo se progettate con coerenza:
- Affiliazioni strutturate, pensate come parte del contenuto e non come elementi accessori. Funzionano quando risolvono un problema reale dell’utente, non quando sono “aggiunte” a posteriori.
- Abbonamenti e membership basati sull’appartenenza, non solo sull’accesso al contenuto. Newsletter premium, percorsi editoriali verticali e community chiuse funzionano perché spostano il valore dalla singola lettura al rapporto continuativo. Piattaforme come Substack hanno reso evidente questo passaggio: non si paga per un articolo, ma per seguire una voce, un punto di vista, una competenza nel tempo.
- Eventi, prodotti informativi e community, che trasformano il contenuto in un punto di ingresso verso esperienze a maggiore valore: formazione, confronto, networking. In questo caso il contenuto non è il prodotto finale, ma l’elemento che costruisce fiducia e autorevolezza.
La regola resta sempre la stessa: se il contenuto è un asset, deve generare un ritorno misurabile. Non necessariamente sotto forma di sessioni, ma come contributo reale al modello economico del progetto.
5) Content pruning: meno contenuti, più segnale
Quando i click diminuiscono, continuare ad accumulare contenuti senza una logica di valore diventa controproducente. Oggi non conta quanto pubblichi, ma quanto sei chiaro, coerente e riconoscibile.
Il content pruning non è una “pulizia SEO”, ma una scelta strategica: significa eliminare, consolidare o riorganizzare quei contenuti che non contribuiscono più al posizionamento del brand, alla relazione con l’utente o alla generazione di valore economico. Ogni pagina che non ha uno scopo chiaro finisce per diluire il segnale complessivo del sito.
I motori non leggono solo la singola pagina, ma valutano il contesto, la coerenza tematica e l’autorevolezza complessiva di una fonte. Un sito sovraccarico di contenuti deboli, obsoleti o ridondanti comunica incertezza; un sito potato invece, comunica focus.
Fare content pruning nell’ottica di zero-click significa quindi:
- proteggere gli asset che funzionano
- rafforzare i contenuti realmente utili
- rimuovere la zavorra che consuma attenzione, crawl e credibilità
Un sito più coerente genera più fiducia, viene citato più facilmente, viene interpretato meglio dai sistemi AI e accompagna l’utente verso decisioni più consapevoli, anche quando il click non arriva subito.
Se il traffico facile diminuisce, il valore va concentrato. Il content pruning non serve a “tagliare”, ma a far emergere ciò che conta davvero.
In sintesi: lo zero-click non uccide la monetizzazione. Uccide le scorciatoie.
Se ti stai accorgendo che i click stanno calando, è il momento di avere una strategia di marketing con una definizione più larga: visibilità e non solo posizionamento. La domanda da porsi non è “quante visite abbiamo perso?”. Ma è questa:
“Quale valore economico generiamo, e quali segnali ci dicono che stiamo costruendo un brand che verrà scelto anche quando il click non passa più dal sito?”
È proprio su questo tipo di domande che lavoriamo ogni giorno come agenzia: aiutando brand ed editori a leggere il contesto, collegare visibilità e risultati economici e costruire strategie che funzionano anche quando il traffico non è più l’unico indicatore da guardare.
Perché oggi non serve “fare più SEO”, ma sapere dove intervenire, con quali leve e con quali obiettivi.
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